Storie di quarantena
Language
 Italian
Summary
Il testo riflette l'esperienza e le riflessioni di una lavoratrice didattica museale durante il lockdown: è possibile usare l'arte come strumento per aiutare gli studenti (e adulti) a superare ciò che hanno vissuto per costruire una consapevolezza e resilienza collettive??
A short fragment of the story

Prima è venuto il turno dei medici volontari. Poi quello degli infermieri. Poi quello degli operatori socio-sanitari. In numeri infinitamente superiori a quelli richiesti, specialisti più o meno giovani, donne e uomini, hanno risposto all’appello della Protezione Civile, andando sul fronte, in prima fila. Aggiungendosi alla già fitta schiera di medici di base, farmacisti, medici ospedalieri, infermieri, che sul territorio e negli ospedali prestano quotidianamente il loro lavoro. Giovani medici specializzandi, che hanno avuto il loro battesimo di fuoco nelle trincee della guerra contro un nemico invisibile, spesso guidati da colleghi pensionati che, mettendo a repentaglio la loro stessa vita, e a volte perdendola, facevano loro strada, rischiarando il loro cammino con la luce della loro esperienza. 

E poi, oltre alla prima linea, ci sono quelli che non hanno mai smesso di lavorare. Forze dell’ordine, postini, autotrasportatori, cassieri di supermercato. Corrieri di pacchi e di cibo per asporto. E i tanti lavoratori nelle aziende giudicate indispensabili. I quali hanno continuato a prendere treni, autobus, o i propri mezzi di trasporto, recandosi al lavoro ogni giorno, esponendosi al possibile contagio.

E poi ci siamo noi. Coloro che hanno semplicemente smesso di lavorare. Che non hanno avuto la fortuna di convertirsi in smart workers, con tutte le peripezie del caso. Corpi fisici messi a riposo, perché non alimentassero le catene di trasmissione di un virus insidioso, subdolo e letale. Lavoratori di molti settori, tra cui spiccano quelli che per operare hanno bisogno di vicinanza umana. Tra i primi a ripiegare le ali e sicuramente tra gli ultimi a poterle dispiegare.

In due mesi, chiaramente ciascuno di noi ha messo in atto tutta una serie di azioni resilienti. Abbiamo meditato, corso o fatto ginnastica sui cortili condominiali, passeggiato lo stretto indispensabile con i nostri cani, e, ultimamente, anche con i nostri figli piccoli. Abbiamo letto, scritto un diario della quarantena, cantato sui balconi, fatto yoga o fitness su un tappeto srotolato sul pavimento della cucina. Abbiamo popolato le piazze virtuali del 25 Aprile e del 1 Maggio e ci siamo collegati ad innumerevoli convegni su Zoom e Skype.

Ma adesso tutti parlano di un’imminente fase 2. Con tutte le incertezze ed i pericoli incombenti, noi siamo forse nel limbo dell’incertezza più di molti altri lavoratori. Il lavoro di accoglienza e di didattica museale, come lo abbiamo conosciuto e praticato, sarà per un tempo medio-lungo sicuramente impraticabile.

Si tratta di lavoratori altamente qualificati. Persone che, oltre a voler legittimamente conservare il proprio lavoro, vorrebbero dare il loro contributo al Paese, che versa in una situazione di crisi inedita, mai sperimentata. Cosa possiamo offrire noi, specialisti della comunicazione su arte, archeologia, paesaggio, interpreti della bellezza che questo Paese offre ai propri cittadini e al mondo? Noi che siamo cantastorie, specialisti della parola?

Penso che, dopo la cura medica lunga ed estenuante a cui sono stati sottoposti i corpi fisici di centinaia di migliaia di nostri concittadini, cura dispensata dall’abnegazione, dalla caparbietà e dall’esperienza di tutto il personale medico in prima linea, possa essere arrivato il momento di un’altra Cura. Lenire le ferite, ricucire gli strappi causati dalla perdita di persone care che sono dovute andare via senza un ultimo saluto. 

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Durante il lockdown, ho sentito l'impulso di trasformare i miei sentimenti e reazioni a questa crisi storica in un possibile progetto educativo che vorrei attuare
al fine di provocare processi di reazione ed elaborazione negli studenti e adulti allo stesso modo. Vorrei trovare partner di cooperazione da realizzare progetti educativi da organizzare in scuole o musei, usando l'arte e l'archeologia come strumento per aiutare gli studenti a comprendere il travolgente esperienza che abbiamo appena vissuto, al fine di costruirne di più approccio consapevole e resilienza personale / collettiva che potrebbero aiutare noi affrontiamo la fase incerta del prossimo futuro. Mi sento al meglio il rischio è di voltare pagina e dimenticare il trauma che abbiamo vissuto come comunità: familiari delle vittime in cui ho ascoltato tutte le interviste chiedono l'implementazione di un cittadino, o addirittura processo di elaborazione e sensibilizzazione in tutto il mondo e vorrei farlo fornire un possibile strumento per rispondere alla loro, nostra, chiamata.
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