La camicia di Alazar
Language
 Italian
Summary
"Chiudiamo gli occhi alla mercificazione del nostro prossimo, dimenticando che noi siamo il nostro prossimo." Storia di un viaggio in Sicilia e di...scoperte.
A short fragment of the story

L’idea di venire in Sicilia me l’aveva data un tizio che avevo conosciuto in un’occasione di lavoro: Rosario, Saro per gli amici. Aveva decantato la sua terra come il più bel posto del mondo, avvolto da una splendida cultura, nonostante il prevenuto parere di certi denigratori; diceva lui. Tantoché mi aveva invitato ad andare a casa sua a passare la fine del mese di agosto. Evidentemente invito subito accettato.

Ed eccomi alla fine del mio viaggio, sto percorrendo una stradetta tutta curve dell’entroterra palermitano fino a quando un cartello, reso illeggibile dai colpi di doppietta, annuncia il paese che cercavo. Un luogo paradossalmente tipico, disposto lungo una strada a dir poco dissestata e priva di marciapiedi.

I lati della strada sono occupati da lunghe file di sedie dove i “paesani” passano la maggior parte della giornata. Uomini e donne vestiti di grigio, come le mosche che gli ronzano intorno, parlano tra loro. Altri invece stanno in silenzio con gli occhi nel vuoto senza ascoltare, istintivamente muovono le mani, ma solo per allontanare le mosche dalle parti del corpo lasciate scoperte dal grigio dei vestiti.

Presso la casa del mio occasionale amico, in un cortile esterno, dove già si trova un carretto con delle figure sbiadite che si intravedono da sotto la polvere, trovo il modo di sistemare la macchina. Saro mi aspetta a braccia aperte: “Mi fa piacere vederti, sarai stanco. Ti presento Assuntina, mia moglie - poi, indicando due persone anziane vestite di grigio - questi sono i suoi genitori”. Assuntina mi porge la mano inchinandosi un po’. I suoceri di Saro fanno oscillare leggermente la testa in segno di saluto. Mi viene offerta imperativamente l’ospitalità completa e dopo cena Saro mi fa una proposta che mi pare allettante: “Sai, in questo momento non sono troppo occupato, se vuoi ti posso fare da guida in modo che tu possa conoscere al meglio la natura e i costumi di questa terra”.

La mattina dopo mi ritrovo ospite nella sua macchina. Una vecchia utilitaria targata Vicenza che di pulito ha solo il vetro anteriore; tanto pulito che sono assenti anche i contrassegni di legge. Mentre penso alle possibili sorprese che mi sarebbero venute incontro, il mio “cicerone” lascia la strada principale addentrandosi in stradine sterrate ed assolate.

Dopo un paio d’ore di saliscendi, ci fermiamo in un grande pianoro presso alcuni capannoni la cui costruzione sembra abbastanza recente.

Fermata la macchina Saro mi prende sottobraccio e con molto sussiego recita la descrizione storica di quelle costruzioni: “Vedi questi capannoni sono stati costruiti con i finanziamenti europei all’agricoltura e alla pastorizia. Qui il partito ha fatto quello che doveva, si è fatto sentire”. Sulla scia dell’enfasi delle sue parole ci dirigiamo verso uno di quei capannoni, la porta è già stata aperta.

Entriamo in una stanza adattata a sala da pranzo e a luogo di conversazione disposte a semicerchio sono presenti quattro persone, Saro entrando saluta con cordialità gli amici che rispondono con riverenza: “Ciao Turi e buona giornata a tutti”. Poi, mettendomi una mano sulla spalla: “Questo è un mio amico, si chiama Antonio”. Turi acconsente: “Don Rosario se questo è vostro amico è anche amico nostro”. Accidenti che carriera, quello che conoscevo come Saro da queste parti è don Rosario.

Il mio sguardo dopo aver fissato gli occhi di Turi, indagando inutilmente, si volge intorno. Mi accorgo che sono l’unico che non fuma, tutti hanno la sigaretta accesa, anche gli uomini di Turi. Il soffitto riesce a malapena a fermare il calore del sole, le mura sono imbiancate tanto per coprire il colore dell’intonaco, tutto sembra provvisorio, come le persone che al momento l’abitano. Alcuni insetti morti punteggiano le mura strisciate di bianco. Gli oggetti appesi trovano sostegno anche dalle ragnatele. Inconsciamente mi avvicinavo ad una di queste pareti, quella dove le macchie degli insetti uccisi stimolano la mia fantasia. Ma ecco che la fantasia lascia posto all’angoscia: mi accorgo che in una grossa ragnatela, tesa nell’angolo, sta accadendo una tragedia, piccola nella sua dimensione, ma non nella crudeltà. Una grossa mosca è rimasta impigliata in una ragnatela, ronza e si dibatte disperatamente cercando inutilmente di fuggire; riesce a liberare una gamba mentre le altre affondano nella trappola. Lui grosso e peloso attende nascosto nel cunicolo di fili che si è costruito nell’angolo più lontano della sua ragnatela. Aspetta che la preda finisca le sue forze cedendo alla morte. Probabilmente l’istinto lo fa godere di questo spettacolo, stimolandogli la fame. 

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