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Riassunto
C’era una mamma, c’era un figlio, c’era un nuovo virus ...
Un frammento della storia

C’era una volta una mamma – 34 anni di cui 15 spesi in giro per il mondo, per studio, lavoro, passione.

E suo figlio – 8 mesi, più 9 passati in pancia tra coccole, musiche, carezze, letture e sogni.

C’era il ricordo dell’attesa di diventare mamma; c’era l’esserlo diventata.

C’era l’idea di essere una tra tante; c’era il ritrovarsi sola, lontana, rinchiusa.

C’era l’abitudine a lavorare per conto d’altri, sempre al computer, spesso sotto pressione, ogni tanto annoiata ma sempre ripagata da risultati e vacanze. E sempre svolgendo incarichi per cui si era studiato, di cui si aveva esperienza, su cui ci si confrontava con i colleghi.

E c’era la sfida di lavorare per il proprio figlio, sconosciuto fino a poco prima eppure già tanto amato, senza parole eppure con tanti suoni e tanti pianti, con due occhi pieni di cose da dire e un sorriso mozzafiato. Per quella sfida, la “preparazione” era davvero servita a qualcosa?

La nuova realtà era travolgente. O, meglio, stravolgente.

C’era una mamma, c’era un figlio e c’era un nuovo virus. Una particella di mondo così piccola che, nella sua piccolezza e invisibilità, aveva fatto il giro del mondo e poi lo aveva fermato, quel mondo, tutto il mondo. Niente più viaggi né incontri né passeggiate né ricerche. Invece, una stanza, un balcone, un forno e tante fotografie.

C’era il sentirsi sospesa senza più programmi né voglia di farne. C’era il sentirsi bloccata senza possibilità di andare avanti, ma neanche indietro e neanche intorno. Fermi, dentro. C’era il sentirsi sola.

Ma c’era anche una creatività ritrovata, una manualità appena scoperta, la capacità di chiedere aiuto e il sorriso del figlio. E così la stanza si è riempita di giochi autocostruiti, il balcone di fiori colorati e il forno di pane, pizza, torte e tanti aromi.

C’era una mamma, c’era un figlio, c’era un nuovo virus e c’era anche la consapevolezza che, come in tutte le situazioni estreme, si stava crescendo.

E così si imparava l’importanza del movimento. Camminare era ricaricarsi, sfogarsi, andare alla scoperta. Ma anche riposare perché il figlio, quando era in fascia e la mamma camminava, dormiva.

E l’importanza del guardarsi negli occhi, dello stringersi forte, del sentire l’odore altrui. Lo schermo, il microfono, la cornetta, nella loro imprescindibile utilità, non sono sufficienti. Non tutto passa attraverso di loro.

E l’importanza delle piccole cose:

L’odore del rosmarino appena colto.

L’acqua della doccia che non si può afferrare.

L’emozione di un bocciolo che diventa fiore.

La caparbietà di portare il cucchiaino alla bocca anche sbagliando mira, anche facendo cadere tutto o quasi.

La soddisfazione di tirarsi su in piedi e quella, quasi magica, di scendere dal divano senza cadere.

C’era una mamma, c’era un figlio, c’era un nuovo virus, c’era la consapevolezza di crescere e c’era la voglia di farne tesoro.

C’era una frase trovata per caso che era una buona conclusione ma anche un nuovo inizio: “Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.” (Lao Tzu)

Accogliere il cambiamento, lasciare il corpo di bruco, darsi le ali e volare.  

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