Imparare dalle storie

La storia…

La guerra è come
La guerra è come trovarsi in casa un terremoto. Tu sai che questa casa sta cadendo, ma non puoi uscire, non puoi proteggere le persone a cui vuoi bene, non puoi proteggere la tua famiglia e i tuoi figli, e soprattutto non puoi andare avanti perchè le porte sono chiuse.
Se sapessimo com’è la guerra

“La guerra è come..”: com’è la guerra? Riusciamo davvero, noi occidentali, ad immaginare come sia la guerra e quale impatto abbia sulla vita delle persone che, in un modo o nell’altro, sopravvivono?

Mentre ascolto la storia di Mirvat, giovane siriana fuggita dalla guerra in Siria e arrivata in Italia nel 2016 grazie ai corridoi umanitari, mi chiedo quanto ancora abbiamo da imparare nel relazionarci all’altro.

La guerra distrugge case, rovina le vite delle persone, nella maggior parte dei casi uccide civili senza scrupoli. Ma la guerra produce anche altri effetti a lungo termine, che ci coinvolgono e che sono quelli di cui parla Mirvat: come guardiamo, noi, a chi è fuggito/a dalla guerra? In che modo ci poniamo nei loro confronti?

È sempre la solita storia che ruota attorno ai migranti e alla questione del privilegio: noi occidentali, privilegiati grazie ad un sistema costruito su nostra misura, guardiamo il mondo e le persone attorno a noi attraverso determinate lenti. Queste lenti fanno sì che la persona migrante sia da biasimare (invasore, criminale o derelitto) o da proteggere. Come dice Mirvat, si diventa “il rifugiato” o “la rifugiata”. Anche questo, penso, significa stereotipizzare una persona, toglierle autonomia e capacità di decisione, credibilità in quanto persona in sé (e non solo come migrante o rifugiata).

Per questo storie come quelle di Mirvat sono importanti per ribadire un concetto: dobbiamo dare voce a chi migra, alle loro storie, alle loro idee, ai loro pensieri. Dare voce e far sì che siano loro a raccontarsi, loro a parlare dei propri bisogni, loro a decidere per sé stessi/e (cosa sia meglio o peggio). A noi spetta il ruolo di sostenere queste voci, far sì che vengano ascoltate e agire quando sono sotto attacco, ma rimanendo sempre in ascolto, facendo un piccolo passo indietro.