Imparare dalle storie

La storia…

Il mio nome è Shikhali Mirzai
La storia di Shikhali Mirzai è rappresentativa di tutte quelle persone che sono fuggite dall'Afghanistan e che attraverso mille avventure sono riuscite a raggiungere i Paesi europei. La forza e la positività di Shikhali, nonostante le mille avversità, è straordinaria.
La storia di Shikhali Mirzai

In occasione di quanto sta accadendo attualmente in Afganistan, vogliamo riportare all’attenzione una delle storie presenti nel portale StoryAP, la storia di Shikhali Mirzai.

Ho conosciuto personalmente l’autore in Francia, grazie ad un progetto europeo, ed è stato un incontro per me davvero memorabile. Sono stato colpito dall’energia, dalla fiducia e dall’ottimismo di questo giovane uomo, dalla sua determinazione a migliorare la sua vita e quella di tanti altri migranti come lui. Questa breve storia è una sorta di fotonarrazione, che racconta l’epopea del viaggio che Shikali (invalido a causa dell’esplosione di un ordigno in Afganistan) ha dovuto compiere a piedi attraverso Pakistan, Iran, Turchia, Grecia, Italia per arrivare in Francia. Un viaggio durato 10 mesi, superando sfide che fanno rabbrividire. Ancora di salvezza, in diverse tappe del suo viaggio, sono state le organizzazioni della società civile e i volontari che supportano i migranti.

Ho conosciuto personalmente Shikali, dicevo, e pensare al suo contagioso ottimismo, alla sua determinazione verso il bene, nonchè alle buone persone che ha incontrato nel suo cammino, è l’unica cosa che mi solleva in questo momento angosciante, pensando a ciò che sta accadendo in Afganistan ora.

Ecco quindi la fatidica domanda, come di consueto in questa rubrica di StoryAP: cosa possiamo imparare da questa storia?

Prima di rispondere, vorrei riportare l’ultimo articolo scritto da Gino Strada pubblicato su “La Stampa”, poco prima della sua scomparsa, e del ritorno dei Talebani a Kabul. Racconta Gino: “Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme.

Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe. Ci sono delle persone che in quel Paese distrutto cercano ancora di tutelare i diritti essenziali. Ad esempio, gli ospedali e lo staff di Emergency – pieni di feriti – continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri eroi di guerra”. (la Stampa, 13 Agosto 2021, “Così ho visto morire Kabul”).

Mi è sembrato un articolo importante, sia perché è un messaggio lasciato da questo grande uomo proprio in questo momento storico importante, sia perché ci aiuta a collocare quanto sta accadendo in una prospettiva più ampia.

Torno alla domanda: cosa ho imparato dalla storia di Shikali Mirzai, e da ciò che racconta Gino Strada?

Diverse cose:

  • Che il desiderio di felicità e bene per se stessi e gli altri, e la determinazione a trovare il modo di realizzare questo obiettivo, è un potenziale immenso che ognuno di noi può attivare, non importa quali sofferenze e sfide la vita ti ha messo di fronte; ed è ciò he davvero da senso alla vita.
  • Che la guerra non è mai la risposta, ma è solo qualcosa che genera altra guerra; l’Afganistan è quali l’emblema di questa verità, come paese in guerra da decenni.
  • Che solo la società civile, le persone come Shikali, come le donne afgane che si battono per la parità, i volontari e le persone che operano per il cambiamento a tutti i livelli, potranno portare in cambiamento profondo in Afganistan, come in ogni parte del mondo.

Grazie Shikali.